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Sindrome Miofasciale E Problematiche Ortodontiche

Sindrome miofasciale e problematiche ortodontiche

Che cos’è la sindrome miofasciale?

La sindrome miofasciale è un disturbo doloroso che influisce sul nostro sistema muscolare, spesso provocando una sensazione di tensione profonda e rigidità nell’area muscolare affetta.

Questa particolare condizione è la patologia più diffusa che colpisce la regione temporo-mandibolare, localizzata tra la mandibola e l’osso temporale, adiacente all’orecchio.

Questa sindrome miofasciale è caratterizzata da un dolore muscolare intenso, spesso associato a spasmi e debolezza muscolare.

La presenza di trigger point attivi (vedremo a breve di cosa si tratta) può scatenare ulteriori disturbi, tra cui:

  • cefalee tensive;
  • lombalgie;
  • cervicobrachialgie, e disordini dell’articolazione della mandibola, ovvero la struttura fondamentale per la masticazione.

È interessante notare che questa sindrome presenta una distribuzione di età bimodale, in quanto tende a riscontrarsi spesso poco dopo i 20 anni e attorno alla menopausa, con una prevalenza più elevata nelle donne.

Trigger points

alcuni trigger point presenti in un essere umano

Come già anticipato, la sindrome miofasciale si distingue per la presenza di specifici punti detti “trigger point”, o punti miofasciali dolorosi, che causano un dolore persistente sia a riposo che durante i movimenti.

I punti trigger miofasciali sono specifiche aree di ipersensibilità situate all’interno del tessuto muscolare, le quali, se sottoposte a pressione o sollecitazione, possono provocare dolore.

Questi punti possono essere localizzati sia nel ventre muscolare che nelle fasce connettive che circondano il muscolo, note come fasce.

L’uso del termine “trigger” si riferisce al fatto che la stimolazione di questi punti può “innescare” la comparsa di dolore, talvolta persino in aree del corpo distanti dal punto trigger stesso, fenomeno noto come “dolore riferito“.

Ad esempio, un punto trigger attivo nel muscolo trapezio della schiena può causare un dolore riferito alla testa, arrivando a provocare una cefalea tensiva.

I punti trigger si dividono in due categorie principali: attivi e latenti.

I punti trigger attivi sono quelli che provocano dolore continuo, anche a riposo. Questi sono spesso associati a sindromi dolorose croniche come la sindrome miofasciale.

Al contrario, i punti trigger latenti causano dolore solo quando vengono pressati o stimolati, e possono rimanere silenziosi per lungo tempo, risvegliandosi a seguito di traumi, stress o tensione muscolare.

Quali sono i fattori predisponenti?

contratture dovute a sindrome miofasciale

Comprendere i fattori predisponenti alla sindrome miofasciale è un elemento chiave per la prevenzione e il controllo di questa condizione.

Uno dei principali processi implicati nella formazione dei trigger point, responsabili del dolore miofasciale, è legato a un rilascio anomalo di acetilcolina e di calcio.

In condizioni di normalità, l’acetilcolina promuove il rilascio di ioni di calcio che determinano la contrazione muscolare. Tuttavia, un rilascio eccessivo di queste sostanze può provocare una contrazione costante e prolungata del muscolo, condizione che si traduce in un’iperattività muscolare.

Tale fenomeno, nel tempo, porta a una compressione dei piccoli vasi sanguigni, con conseguente ridotto apporto di ossigeno al muscolo.

Ne deriva un “danno ipossico” che provoca un’infiammazione locale, in cui sostanze infiammatorie vanno a irritare le fibre nervose nocicettive e le fibre nervose autonomiche, generando la sintomatologia tipica della sindrome miofasciale.

Numerosi fattori di rischio possono aumentare la probabilità di sviluppare un trigger point e quindi la sindrome miofasciale.

Tra questi, si includono il:

  • sollevamento di carichi pesanti;
  • piegamenti e torsioni ripetitive;
  • movimenti ripetitivi;
  • attività professionali o sportive (che sottopongono a stress un muscolo specifico);
  • posture sostenute prolungate, come ad esempio inclinare la testa da un lato per periodi prolungati.

Anche i fattori di stress psicosociali e stili di vita non salutari, come il fumo o la mancanza di esercizio fisico, possono contribuire a creare un ambiente favorevole all’insorgenza della sindrome.

Microtraumi ripetuti o sovraccarichi possono generare contrazioni muscolari prolungate e fenomeni di ischemia locale.

Si noti che la presenza dei punti trigger si correla con una riduzione dell’ampiezza dei movimenti nei segmenti corporei più colpiti, con sintomi che possono peggiorare in presenza di stress psicologico, variazioni termiche e squilibri posturali.

Bruxismo e sindrome miofasciale

Nel vasto campo dell’odontoiatria, un tema di particolare rilevanza è la connessione tra bruxismo e sindrome miofasciale.

Sia il bruxismo, notturno o diurno che sia, che la sindrome miofasciale, sono disfunzioni che, pur non essendo limitate alla sfera orale, hanno una risonanza diretta sulla salute dentale e globale dell’individuo.

Il bruxismo, ossia l’abitudine involontaria di serrare o digrignare i denti, è uno dei principali scatenanti della sindrome miofasciale, la patologia più frequente a carico della regione temporo-mandibolare.

Si tratta di un disturbo causato da tensione, affaticamento o spasmo dei muscoli masticatori che si manifesta principalmente durante il sonno, generando un considerevole sforzo sulla muscolatura masticatoria, oltre a una significativa usura dei denti, che può portare alla formazione di piccole spaccature a livello dello smalto, o vere e proprie rotture.

Parallelamente, l’alterazione dell’articolazione temporo-mandibolare può dar luogo a disfunzioni dolorose o irritanti, come il blocco articolare o rumori durante l’apertura della bocca, spesso conseguenti a un trauma alla mandibola.

Questi disturbi, uniti a un’occlusione dentale non fisiologica, possono portare a una tensione muscolare cronica e infiammazione, favorendo l’insorgenza di sindrome miofasciale.

Da non dimenticare, poi, che la sindrome miofasciale può manifestarsi anche in assenza di un’articolazione temporo-mandibolare patologica, risultato di tensione muscolare, affaticamento o, più raramente, spasmo dei muscoli masticatori.

Questa condizione, molto diffusa in particolare tra le donne e con due picchi di incidenza, subito dopo i 20 anni e attorno alla menopausa, può colpire non solo i muscoli della masticazione, ma estendersi a quelli del collo, delle spalle e della schiena.

Nella sindrome miofasciale i sintomi variano da dolore e sensibilità nei muscoli masticatori a dolore e limitazione dei movimenti della mandibola.

Nei casi in cui la sindrome sia associata a bruxismo o a disturbi respiratori del sonno, i pazienti possono sperimentare mal di testa particolarmente intensi al risveglio, che tendono a diminuire nel corso della giornata.

Tuttavia, se l’abitudine di serrare o digrignare i denti persiste durante le ore diurne, i sintomi, tra cui affaticamento muscolare della mandibola, dolore mandibolare e cefalee, possono peggiorare.

Quanto dura la sindrome miofasciale?   

Nel panorama dei disturbi muscolo-scheletrici, la sindrome miofasciale rappresenta un ambito di particolare interesse, dato il suo impatto sulla qualità della vita dei pazienti.

Uno degli aspetti più discussi riguarda la durata di questa condizione, che varia considerevolmente in base a diversi fattori, tra cui la tempestività della diagnosi e l’efficacia del trattamento.

La sindrome miofasciale, caratterizzata da dolore e tensione muscolare, può manifestarsi inizialmente con un’acutizzazione del dolore, che ha generalmente una durata compresa tra due settimane e due mesi.

Questo periodo è noto come fase acuta, durante la quale il dolore miofasciale è più intensamente percepito.

Tuttavia, se il disturbo non viene tempestivamente diagnosticato e trattato, la condizione può evolvere verso una fase cronica, in cui il dolore miofasciale persiste oltre il normale periodo di guarigione.

Questa fase di cronicizzazione è caratterizzata da un dolore persistente e ricorrente, la cui durata è meno prevedibile e può protrarsi per mesi o anni.

È importante sottolineare che l’evoluzione della sindrome miofasciale, da acuta a cronica, non è un processo inevitabile.

Un’adeguata diagnosi precoce, unita a un intervento terapeutico mirato, può prevenire la cronicizzazione del dolore e favorire una risoluzione più rapida del disturbo.

Come diagnosticare la sindrome miofasciale derivante da bruxismo?controllo dentista per verifica sindrome miofasciale

La diagnosi della sindrome miofasciale derivante da bruxismo rappresenta una sfida clinica per molti professionisti del settore odontoiatrico.

Il dentista può sospettare una sindrome miofasciale in presenza di alcuni segnali specifici.

Quando il paziente apre la bocca, la mascella potrebbe spostarsi leggermente da un lato all’altro o potrebbe non aprirsi completamente.

Inoltre, i muscoli masticatori potrebbero risultare particolarmente dolenti e sensibili al tatto.

Sono spesso presenti piccoli nodi nei muscoli (i trigger points precedentemente citati), che possono essere sensibili e, se sottoposti a pressione, possono causare dolore riferito in altri punti della testa e del collo.

Per diagnosticare specificamente il bruxismo, il dentista dovrà esaminare attentamente le superfici di masticazione dei denti.

Queste possono presentare segni di usura, come cuspidi completamente abrase, superfici di otturazioni lisce e piatte, otturazioni in amalgama lucidate a specchio e riflettenti, o denti anteriori scheggiati in modo irregolare o più corti di quanto dovrebbe essere.

Anche la descrizione dei sintomi da parte del paziente può fornire indizi preziosi.

Tipicamente, i pazienti con bruxismo possono lamentare un dolore diffuso ai muscoli masticatori al risveglio, un indolenzimento dei muscoli del collo, o mal di testa mattutini. Altri segnali possono essere i cosiddetti “click” dell’articolazione temporo-mandibolare, che il paziente può avvertire quando apre o chiude la bocca.

La diagnosi della sindrome miofasciale derivante da bruxismo richiede quindi un’attenta valutazione clinica, basata sia sull’esame fisico che sulla descrizione dei sintomi da parte del paziente.

Come si cura la sindrome miofasciale derivante da digrignamento dentale? 

Nell’approccio terapeutico alla sindrome miofasciale derivante da digrignamento dentale, un ruolo fondamentale è svolto dai dispositivi orali di correzione.

Spesso, infatti, questi rappresentano la miglior soluzione per alleviare dolore e tensione dei muscoli masticatori.

Il dentista realizza un dispositivo orale sottile (in resina acrilica), da adattare all’arcata dentale inferiore o superiore, che viene regolato per consentire un morso uniforme.

Questo strumento, chiamato bite, viene solitamente indossato durante il sonno (difatti viene spesso chiamato con il nome di bite notturno), riducendo efficacemente il serramento e il digrignamento dei denti e permettendo ai muscoli della mascella di riposare e recuperare.

Il dispositivo orale può essere utilizzato anche di giorno, per garantire il rilassamento dei muscoli della mascella e la stabilità del morso, riducendo il fastidio.

Oltre a questo, può contribuire a prevenire eventuali danni ai denti, sottoposti a considerevole stress durante il serramento e il digrignamento.

L’utilizzo diurno del bite è normalmente limitato fino alla riduzione dei sintomi, di solito in meno di 8 settimane, sebbene un uso prolungato possa essere prescritto a seconda della gravità dei sintomi.

Approccio multidisciplinare da accompagnare all’uso del bite

esercizio fisico, utile per ridurre digrignamento

L’approccio terapeutico al digrignamento dentale e alla sindrome miofasciale dovrebbe essere però multidisciplinare, andando oltre l’uso del dispositivo orale.

È importante infatti ridurre al minimo i fattori scatenanti del digrignamento, ad esempio praticando regolare esercizio fisico, mantenendo una dieta equilibrata, e cercando supporto psicologico nei casi in cui il paziente stia attraversando periodi di forte stress, come ad esempio a seguito di un lutto importante.

Inoltre, è consigliabile l’intervento di uno gnatologo, specialista dell’articolazione temporo-mandibolare, che può valutare l’esistenza di eventuali problemi a questa articolazione e, se necessario, curare il paziente attraverso la creazione di un riequilibratore muscolare, un bite di precisione modificato mensilmente in base ai cambiamenti della contrazione dei muscoli.

Conclusioni

La sindrome miofasciale, specialmente quando derivante dal digrignamento dentale, è una condizione che richiede un’attenzione particolare e un approccio terapeutico multidisciplinare.

La presenza di questo disturbo può avere un impatto significativo sulla qualità della vita delle persone affette, provocando dolore e disagio fisico.

Fortunatamente, esistono soluzioni efficaci e trattamenti personalizzati per affrontare e risolvere la problematica.

Se sospetti di soffrire di bruxismo e pensi che i tuoi disturbi possano essere collegati alla sindrome miofasciale, il nostro team di esperti odontoiatri presso Dental Competence a Grosseto è a tua disposizione per offrirti un supporto competente e personalizzato.

Situati in Via Aurelia Nord, 219, a poca distanza dall’uscita di Grosseto Nord, presso Dental Competence sappiamo quanto sia importante fornire trattamenti efficaci per risolvere il problema del bruxismo.

Il nostro obiettivo è migliorare la tua salute orale e il tuo benessere generale, fornendo un servizio accurato e attento.

Non esitare a contattarci per programmare una prima visita di controllo o per richiedere maggiori informazioni.

Puoi raggiungerci al numero 0564 453846, oppure inviarci le tue richieste tramite il nostro form di contatto online.

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Dr. Davide De Rosa Palmini
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